CAP III – IL MAGISTRATO

CAP III – IL MAGISTRATO

I magistrati, siano essi requirenti o giudicanti, dovrebbero essere le autorità preposte, prima ancora che all’applicazione della Legge, alla tutela della Giustizia, cosa che in Italia non si può certo dire sul loro conto.

Anzi, i togati italiani, sfruttando le falle del principio di autogoverno della Magistratura, si sono tramutati nella casta dominante il corrotto sistema: le loro azioni intervengono in campo politico, siano suffragate da fatti, o, come accade quasi sempre, dal nulla, finendo per modificare pesantemente gli equilibri istituzionali del Paese; spesso applicano le norme in chiave ideologica molto personale, sebbene i sistemi civile e penale italiani, oltre che richiamare al principio della “verticalità legislativa”, sarebbero fondati sulla non interpretabilità della Legge, altresì detta “rigidità legislativa”; operano sempre più spesso in modo indebito per forzare la giurisprudenza a seconda delle loro convinzioni, senza contare che si permettono di esprimere dichiarazioni improvvide sui provvedimenti in studio alle camere, quando per Costituzione a loro è negato qualsiasi intervento su dinamiche legate alla legiferazione: loro devono applicare la Legge, non fare il lavoro del Legislatore!

I risultati di una simile situazione sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia è vittima di magistrati più interessati alla politica che al mettere dentro ladri, stupratori, truffatori e mafiosi; le cause civili e penali si svolgono in tempi biblici e non vi è certezza di arrivare a giudizio; le aziende fuggono perché i loro interessi, quando tutelati dalla Legge, infine non lo sono da chi la Legge la dovrebbe applicare!

Il danno che simile situazione sta generando al Paese è incalcolabile, e il bello è che per gli errori palesemente commessi i magistrati non sono chiamati a pagare!

 

Fatto intendere  in pratica cosa non è un Magistrato, si passi a ricordare cosa dovrebbe essere: l’autorità preposta all’applicazione delle Leggi dello Stato, in modo super partes, e senza farsi influenzare da personali convinzioni ideologiche, politiche o religiose,  e nel supremo interesse della Giustizia: solo nel caso che la Legge finisca per favorire erroneamente un delinquente il cui operato è stato reso ben chiaro dalle prove, sta all’autorevolezza del giudice interpretare la norma, derogando, affinché chi è in torto paghi.

Va da se che i giudici non dovrebbero avere organi di “autogoverno” che richiamano alle correnti politiche; non dovrebbero occuparsi delle leggi in discussione; e, soprattutto, dovrebbero sempre rispondere, sia civilmente che penalmente, dei propri errori giudiziari, come quando imbastiscono delle cause che non sono suffragate da prove.

 

Il Magistrato dovrebbe essere uomo specchiato, che si impegna ad avere una condotta privata irreprensibile, perché, a fronte di onori e onorari adeguati – attualmente in Italia i togati sono pagati anche troppo! – deve rispondere di fronte al Popolo delle sue azioni: il suo ruolo è una missione, non un mestiere, e i giudici devono essere posti nella stretta condizione di sceglierla come strada di vita non per soldi, ma per alto senso delle Istituzioni, e desiderio di proteggere le perone e le realtà virtuose.

 

Nel momento in cui il Giudice non incarni quanto sopra, non è più da considerarsi tale, perché è venuto meno al Giuramento a cui è stato vincolato nel momento in cui è entrato in Magistratura.

Naturalmente, un pubblico spergiuro andrebbe rimosso dall’incarico, e, avendo tradito il proprio mandato, sanzionato con la galera ed economicamente.

 

 

Mattia Uboldi 

CAP. II - IL POLITICO

CAP. II - IL POLITICO

Volendo solo soffermarsi alla definizione antica di politica, ovvero “l’arte di governare la società”, e senza scomodare Platone per le forme di governo che questa può generare, pare estremamente chiaro chi debba essere il politico in senso lato: colui che, in grado di esercitare la predetta arte, si occupa di fare il bene comune.

 

Un individuo - sempre parlandone in chiave concettuale - per quale motivo, quindi, dovrebbe ambire, e gli sarebbe lecito accedere, alla gestione della cosa pubblica?

 

In primis, naturalmente, la sua ambizione dovrebbe essere retta dalla sincera voglia di fare il meglio per il prossimo, anche se non è certo un peccato se a questo aspetto vi si aggiunga anche qualche motivazione più triviale: ricerca della fama e della gloria.

 

Altro aspetto fondamentale della figura del politico riguarda la base del tutto volontaria della scelta di mettersi al servizio dei concittadini: quindi, non sono questi ultimi da considerarsi suoi subordinati, e, soprattutto, non sono loro ad obbligare chi che sia a proporsi nella vita pubblica!

 

Tuttavia, sono le masse a determinare gloria e onore per quanti fanno politica su base prettamente elettiva e di consenso. Pertanto, la contropartita che l’eletto dovrà garantire non può che essere una: ricambiare facendo il bene del Popolo, perché è per tale scopo che dal Popolo sarebbe stato scelto!

 

Siccome la Nazione all’atto pratico si concretizza nelle istituzioni che la compongono e gestiscono, stando a quanto appena enunciato, il politico ha il dovere morale di essere asservito completamente a queste.

Non per nulla, una volta insediato nel ruolo è chiamato a giurare fedeltà allo Stato, e solo a quello.

 

Come noto, lo Stato è di tutti, e chi ambisce a guidarlo in qualsiasi sua parte deve anche rispettare un certo livello di qualità morale, essendo naturalmente chiamato a fare da esempio vivente di trasparenza e buona condotta.

Per qualsiasi delle sue azioni, a un politico non può essere concesso il paravento della vita privata: deve poter essere osservato per intero dal Popolo, che ha il sacrosanto diritto di giudicarlo; non è accettabile che al comando vi siano personaggi che predicano bene e razzolano male!

 

Va da se che nella gestione delle istituzioni debba essere reintrodotto un controllo che neghi l’accesso alla rappresentanza di quanti non ne risultino degni moralmente.

La Morale, quella che tutti in questo triste periodo si son ben dimenticati, è sempre la medesima e non va cambiata, ma ripristinata nel suo insieme, senza contare nel farlo le odierne prerogative individualistiche riguardanti gli ambiti più disparati: lo Stato deve tener conto di ciò che è bene e proficuo per la collettività e non dei capricci dei singoli.

 

Ebbene, quando un rappresentante del Popolo viene meno al suo naturale mandato tradendolo per interessi personali, non solo si tramuta in un delinquente, ma peggio in uno spergiuro!

Quindi, avendo lui tradita una missione che nessuno gli ha imposto, e con essa una ben precisa deontologia civica, sarebbe sacrosanto e giusto che fosse accusato di Tradimento, e sulla base di ciò incarcerato senza tropi complimenti.

 

Quindi, in soldoni, il politico è colui che deve fare il bene del Popolo. Altro non gli è consentito.

 

 

 

CAP. I RUOLI CHE SANNO DI MISSIONE

CAP. I RUOLI CHE SANNO DI MISSIONE

Per quello che riguarda l’apparentemente inarrestabile declino del sistema “Italia”, e dell’occidente in generale, uno dei mali peggiori che ne contribuiscono il dilagare è certamente il decadimento dei più elementari e tradizionali valori morali, primi tra tutti quelli legati alla consapevolezza e alla responsabilità del ruolo ricoperto.

 

E’ palese che oggi si aneli a certe posizioni con un unico occhio al profitto personale e all’interesse legato ai benefit, anche di “impunità”, che da queste si può trarre.

 

Riuscire nel divenire politico ne è l’esempio più eclatante: si può avere accesso e arraffare soldi pubblici; si può far a meno di pensare nel giusto modo alla Cosa Pubblica; ci si può dedicare alla cura dei propri interessi fino a piegare la Legge a proprio uso e consumo. Tutto questo senza doversi curare di darne conto, tanto nessuno fa nulla.

 

Però, il caso dell’amministratore elettivo  non è l’unico. Ci sarebbe da ridire della Magistratura, dell’Avvocatura,  dell’Esercito – e delle Forze dell’Ordine in generale -, della classe medica, di quella docente, dei dirigenti pubblici e, non ultimi, di molti, troppi, preti o religiosi in genere, che di tutto si occupano fuorché di anime.

 

Tutti ruoli quelli elencati che nella società hanno un grande peso, nel bene e nel male. Funzioni che nel tessuto umano della Nazione stanno giocando, chi più, chi meno, un ruolo fortemente negativo, anche perché sono percepite dalla maggior parte di quanti le ricoprono solo come un buon posto per se e per le proprie tasche.

La responsabilità della loro funzione è stata inibita da leggi e regolamenti che risultano manipolati apposta per non doverci fare mai i conti!

Da qui la mancanza di un fattore fondamentale per un paese che voglia crescere sano: l’ esempio!

 

L’ esempio di chi si trova in posizione di comando è indispensabile e deve essere inteso in senso omnicomprensivo:  dalla vita privata alla gestione del pubblico interesse. Ciò in virtù del fatto che a tanto Onore e compenso, il prezzo da pagare deve necessariamente trasporsi nella vita personale d’ogni giorno, alla stregua di un tempo neppure troppo lontano.

Il motivo è semplice: si presume che chi ha scelto certe strade lo abbia fatto sulla base di una missione e passione, e non certo su un mero calcolo di interesse!

Non a caso talune professioni e cariche rispondono a dei giuramenti deontologici precisi, ma questi oggi non vengono più fatti rispettare nel momento in cui risultano infranti!

 

 

Essere una carica istituzionale, un militare, un magistrato, un tutore della legge, un manager pubblico, un docente, un medico e un prete non corrisponde ad aver trovato una buona occupazione, ma l’aver accettato una precisa missione!

 

Da costoro il Popolo deve pretendere il massimo della trasparenza e dell’esempio, e non può accettare l’assunto/paravento del rispetto della vita privata: non deve essergli concesso, perché da una tale limitazione personale prevista un tempo hanno ereditato tanti vantaggi sociali, con la differenza rispetto al passato che oggi ne risultano svincolati, tanto da dare persino prova senza problemi di non credere ai valori e alle istituzioni che rappresentano.

Certo, un tale malcostume non abbraccia il cento per cento degli interessati, ma è palese che sia diffuso in proporzione maggioritaria: sta divenendo la regola!

 

L’ Italia necessariamente dovrà partire dall’alto per il rinnovamento, presentando un conto salato alle figure pubbliche del passato e selezionando le nuove su precise basi deontologiche e morali.

Non si dovesse imboccare una simile direzione è bene essere consci che il baratro è sempre più vicino e sarà l’effettivo stato dei fatti a dare una pessima sveglia al Paese.

 

 

  

 

 

PARTITO NAZIONALE ITALIANO, DESTRA, CENTRO O SINISTRA?

PARTITO NAZIONALE ITALIANO, DESTRA, CENTRO O SINISTRA?

Il P.I.N. da che parte pende? In un Italia come quella di oggi, fatta di stereotipi di ogni genere e che si regge su tensioni ideologiche vuote ma secolarizzate, questa domanda è certamente di rigore, quasi fosse un riflesso pavloviano.

Quesito che scatta nelle menti della gente, senza che si faccia una considerazione di base: cosa significa oggi essere “di destra”, “di centro” o “sinistra”?

 

Partendo dalle secolarizzazioni ideologiche che nel Paese di fatto hanno portato a un dannosissimo non dialogo, pare certo che il Fascismo, il Nazismo e il Comunismo abbiano tirato abbondantemente le cuoia nel Novecento, anche se non si può negare che qualche nostalgico di tutte queste tutt’altro che belle estremizzazioni del Socialismo sia ancora vivo. Ci sarebbe anche il “sospetto” che dette realtà politiche faticherebbero a prendere piede in una società come la nostra e si potrebbe anche escludere che da queste si possa attingere rapportandosi alle moderne dinamiche sociali, dinamiche che pare siano profondamente cambiate negli ultimi settant’anni.

Ultima considerazione in merito, non sembra che la collocazione politica degli odierni partiti alla fine ne rispecchi una qualche coerenza ideologica, sempre che la medesima non sia da definirsi quale libidinoso attaccamento a quello che è noto come “lo sterco del demonio”.

 

Ciò detto, va da se che il P.I.N. non può prestarsi ad alcuna classificazione e questo per un semplice motivo: per contribuire alla sua azione bisogna vantare unicamente due prerogative, ovvero l’Onestà morale ed intellettuale e tanta voglia di fare.

Certo, le proposte che saranno portate avanti dal “Grifonre dell’Est” potranno attingere linfa anche dal passato, ma non conta che un iscritto al Partito abbia basi ideologiche più vicine al Duce o a Stalin, entrambi, pare, morti e sepolti. Quello che conta è che sappia vedere il male che affligge il Paese e, da buon padre di famiglia, sia in grado di proporre e contribuire a soluzioni che abbiano un occhio rivolto all’interesse della Collettività.

 

Quindi, il P.I.N. come si considera a livello di collocazione partitica? Beh, se etichetta dovrà esserci, siano altri a porla!

 

Mattia Uboldi.

PREMESSE DIFFICILI.

PREMESSE DIFFICILI.

L' Italia potrà salvarsi da un inevitabile tracollo?

Probabilmente, no!

 

La zavorra che la trascina sul fondo è fatta da quattro elementi principali: il sistema politico, moderna trasposizione della nobiltà modello Luigi XV, che tradisce lo Stato e infrange la Legge con sprezzo per il Popolo che dice di rappresentare; la Giustizia gestita dalla magistratura corrotta, spalleggiata da un avvocatura interessata ad arraffare i soldi dei clienti e non a rappresentarne gli interessi; un sistema del pubblico impiego che per la maggior parte non è che un gigantesco, costoso e dannoso meccanismo di scambio di voti; un Popolo che si crogiola colpevolmente nel "panem et circenses"!

 

Per evitare una drammatica quanto meritata fine, il Popolo Italiano ha un unica strada, quella indicata da due sole parole: coscienza e volontà!

"Coscienza" intesa come la necessità di riconoscere gli errori del passato, specie l'abbandono di una Morale comune che pone al centro l'interesse della Collettività e solo in seconda battuta quello del singolo individuo. Coscienza del fatto che lo sradicamento delle radici socio culturali formatesi nel Paese in millenni sono alla base di uno sbandamento che non ha portato risultati, se non quello di avvicinarsi a un passo dal baratro.

"Volontà" intesa come consapevolezza che tutti debbano rimboccarsi le maniche e che chi starà ad aspettare il risultato dagli altri non avrà alcun diritto di goderne.

 

L'Italia si potrà mai salvare?

Solo se ci proverà seriamente.

MATTIA UBOLDI - UOMO, ARTIGIANO, AUTORE E, FORSE, POLITICO

Il Presidente Mattia Uboldi è un personaggio assai poliedrico, rude, sgarbato, e poco amante delle persone false che pongono il proprio tornaconto al di sopra di ogni cosa. Di certo per molti in passato non è stato né facile, né piacevole confrontarsi con lui.

 

E' fortemente credente, ma sa rispettare tutte le opinioni, sempre che l'interlocutore non calchi troppo la mano: se non la si pensa come lui la cosa è accettabile, discutibile, ma ad alcuno è mai stato concesso di andare oltre.

 

Nei suoi trascorsi annovera esperieza imprenditoriale, editoriale, in veste di autore di testi e saggi di vario genere e quale dirigente di alto profilo in diverse realtà associative.

 

E' da sempre un grande appassionato di storia politico militare, cosa che lo ha portato ad approfondire le sue conoscenze in vari ambiti e, in particolare, riguardo alla comprensione dei diversi sistemi di governo susseguitisi da quando l'uomo ha edificato i primi modelli sociali.

 

Per deformazione professionale, è assai sensibile riguardo alle tematiche ambientali, quando non trasposte in assurde dinamiche ideologiche.

 

Come Uomo, di certo non è un santo - e probabilmente mai lo sarà -, ma sa essere di parola, intransigente e pretenzioso con gli altri molto meno di quanto non lo sia con se stesso.

 

Mattia Uboldi quale politico? Dovesse essere buono, lo si scoprirà più avanti.